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Dante e Beatrice davanti a Giustiniano e alle altre anime degli spiriti operanti per la gloria terrena (illustrazione di John Flaxman). - John Flaxman, Tommaso Piroli, La Divina Commedia di Dante Alighieri, Roma, 1802, t. 5 del Paradiso. McGill Rare Books and Special Collections, Folio PQ4329 F55 1802.

Beatrice alza lo sguardo e, come freccia scoccata da un arco, sale insieme a Dante al cielo di Mercurio. L’anima della donna si fa più risplendente e bella, rischiarando la luminosità d’intorno. Mille luci si muovono come pesci in acqua verso i nuovi venuti: sono gli spiriti attivi, che perseguirono il bene in terra per ottenere fama e onore. Interpellata da Dante, l’anima dell’imperatore Giustiniano si presenta. Con un lungo discorso, Giustiniano ripercorre la storia dell’Impero romano dalle origini più antiche fino alla contemporanea opposizione tra guelfi e ghibellini. Egli attacca le due fazioni e le divisioni che dilaniano la penisola italiana.

L’imperatore Giustiniano si presenta a Dante evocando le proprie azioni e meriti in campo giuridico, militare e religioso. Fu, infatti, Giustiniano a guidare la sistemazione e la stesura del codice di leggi civili romane, oltre che a ristabilire per forza d’arme l’autorità imperiale in Spagna, Italia e Africa. Ripudiò, dopo averla seguita, l’eresia cristiana monofisista e la condannò nel concilio di Costantinopoli da lui convocato. Ripercorrendo dall’alto della sua posizione la storia dell’Impero romano, Giustiniano indugia nella critica contro le divisioni contemporanee: la fazione dei Ghibellini, da una parte, perpetra ingiustizie in nome dell’impero; la fazione dei Guelfi, dall’altra, si allea con la corona di Francia contro un’istituzione, quella imperiale, voluta da Dio.

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Nello spazio dell’iniziale istoriata D, Dante e Beatrice davanti a Giustiniano (in alto) e la rappresentazione del conflitto tra Impero e corona di Francia (in basso). - Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Banco Rari 39, c. 324r.

Le parole di Giustiniano sollevano alcuni dubbi in Dante. Leggendoli nella sua mente, Beatrice si preoccupa di scioglierli. Ella spiega che il sacrificio di Gesù Cristo crocifisso era necessario a riparare il peccato originale commesso da Adamo ed Eva. Gesù, che fu in terra vero Dio e vero uomo, doveva unire in sé le due nature, umana e divina. Una da sola non sarebbe stata sufficiente a riscattare l’umanità dal peccato originale. Per quanto necessaria, la morte del Cristo è comunque azione abietta e sacrilega, e chi se ne macchiò deve scontare la giusta pena.

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’altro segno; ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte; 104
e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello.
Molte fiate già pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l’arme per suoi gigli!

PASSO DELLA COMMEDIA: Pd. 6, 103-111